Costituzionalmente parlando, l’esercizio del voto (eguale, libero, personale e segreto) figura come dovere civico. Non c’è dubbio, che il voto in se, è la massima espressione della democrazia che ognuno di noi può esprimere nella scelta dei propri rappresentanti. In una democrazia seria e matura, i cui riflessi politici operano costruttivamente per il bene del Paese, il dubbio se votare o meno quasi non dovrebbe sussistere. Infatti, logica vuole, che a contendersi la partita, siano sempre diverse squadre le quali presentano la propria formazione nonché l’offensività elettorale in termini di programma. Fatta questa breve parentesi, a chi scrive, e sicuramente a molti che leggeranno, il sistema politico in se, dal suo coagulo di base sino alla sommità del vertice non sprizza forte entusiasmo. I motivi sono diversi, ma uno su tutto è l’incapacità di far fronte ai problemi concreti. Partecipando a diversi appuntamenti elettorali (la curiosità è umana), ho ben notato come siamo di fronte ad una campagna elettorale che potremmo definire “un ambiguo malanno”. L’offerta elettorale è veramente scarna; la qualità dei candidati non proprio brillante, ma soprattutto, dai diversi interventi, traspare quel politichese astratto, il quale non collima con le esigenze e i problemi regionali. Questo impantanamento, investe trasversalmente tutte le forze politiche. La politica squisitamente in linea con gli interessi di pochi, e sorda alle esigenze di molti. A questo punto è facile porsi una domanda: se questa è il punto i partenza, è giusto votare o non votare? Ci sarebbe anche la terza via, votare annullando la scheda e quindi simulare l’esercizio di un diritto democratico. La risposta, per quanto in linea di massima possa essere scontata, non è facile a trovarsi. Ci sono due fattori in gioco da prendere in considerazione: lo stato d’animo degli elettori, e l’analisi politica che i partiti farebbero all’indomani del voto. In Francia, alle ultimissime elezioni, la sinistra ha recuperato consensi, mettendo in crisi il partito del presidente Sarkozy, il tutto accompagnato da un’astensione molto alta. Ritornando in casa nostra, se si decide di votare correttamente, nulla quaestio. Se si è mostruosamente “incazzati” , si ha la voglia di fare in mille rivoli la tessera elettorale e non votare, quindi astenersi. L’astensione potrebbe rappresentare una forma di protesta decisa, se si consolidasse in un’amplissima percentuale e i partiti considerassero poi come campanello d’allarme la scarsissima credibilità in seno al corpo elettorale. Non credo però che dalle nostre parti, ci sia una maturità specifica a mettere in linea questi due elementi di valutazione. Per cui se su cento soggetti aventi diritto al voto, 95 non votano e 5 votano, questi ultimi decidono anche per chi ha deciso di starsene a casa o magari dedicarsi allo sport preferito. Se pure il partito vincente, che nelle precedenti elezioni ha riportato 80 voti, nel nostro caso ne prende 5, difficilmente analizzerà il calo del consenso, ma si consolerà lo stesso per aver sconfitto il nemico, e quindi assurgere al potere regionale. Mi rendo conto che il discorso è alquanto complesso, poiché votare o astenersi, sembra quasi portare allo stesso risultato. Votando, forse si sceglie il male minore, non votando ci si rende complici del male peggiore. Queste piccole riflessioni, nascono dopo una cena con un amico, il quale sostiene che bisogna votare, poiché il sistema lo si può cambiare o quantomeno cercare di cambiare solo dall’interno e solo attraverso la corretta partecipazione democratica. A questa sua nobile opinione, rispondo che un Paese democraticamente maturo, qualora vi fosse un astensionismo di massa alto, dovrebbe interrogarsi sullo sfilacciamento dell’asse democratico tra rappresentanti e rappresentati. La politica è strumento essenziale per la democrazia di un Paese, così come lo sono i partiti che della stessa ne rappresentano l’impalcatura. Ma quando i partiti sono alla deriva e lo scontento dell’opinione pubblica è patente, l’elettore come deve comportarsi? Cari lettori, a voi la parola.
M.B.