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venerdì 6 aprile 2012

Fora dai ball



“Roma ladrona la Lega non perdona”. Questo slogan, di marca squisitamente populista, ha ottenebrato la mente di migliaia di persone convinte di aver trovato nella voce rauca del leader puro il salvatore della patria.

Una patria stanca delle ruberie di Roma; una patria pronta scrollarsi di dosso il sudiciume laido del palazzo ove il passatempo preferito è la spartizione dei posti e del soldino ricevuto dopo aver messo alla berlina l’atteggiamento credulone del corpo elettorale convinto di poter essere ancora incisivo nella democrazia.

Il palazzo però ha una voce occulta, capace di richiamare chi ha sete di potere e di cambiare l’atteggiamento perbenista in un vizio opaco della peggior specie.

Tanto la prima quanto la seconda Repubblica chiudono il sipario sotto l’ombra del sospetto, che forse tale non lo è più, visto che si risponde soltanto ad un solo credo: ci sono e arraffo.

Arraffare non significa soltanto ingrassare le casse della propria famiglia o del proprio partito, ma sottolinea anche l’uccisione di un progresso sociale non fondato sulla regola ma sul malaffare capace di portare un buttafuori ai vertici della tesoreria di un partito che è stato l’asse portante di una maggioranza governativa per diversi anni.

Illetterati qualunquisti capaci di ritagliarsi posti di prestigio grazie alla spinta sinergica del “papi” che taglia qualsiasi ramo secco pur di veder fiorire il proprio rampollo in tutta la sua grazia.

Emerge un quadro devastante, in cui la politica ha spostato la rotta tradizionale del partito da confronto di uomini ed idee programmatiche, ad atteggiamento patriarcale tra il sovrano e i sudditi.

Il patriarca come il proprietario di azienda soffrono il rispetto della regola, e non regolandosi in alcun modo, speriamo soltanto che escano “fora dai ball” il prima possibile.